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Contagiati dal Covid-19: la nostra testimonianza

20 Marzo 2020

Tengo duro. È stata questa la risposta che ho dato negli ultimi giorni a chi mi ha chiesto come stessi. Dare una risposta era complicato ma credo che oggi sia arrivato il momento di dirvi la vera realtà dei fatti.

Non è semplice, non cercherò di indorare la pillola, non userò mezzi termini. 
Non so nemmeno da dove iniziare ma ho sentito l’urgenza di mettere nero su bianco quello che sto vivendo sulla mia pelle nella speranza di riuscire a sensibilizzare più persone possibili.

Spero leggerete tutto fino alla fine.

Benny è ufficialmente in quarantena da qualche giorno. Abbiamo scoperto che è stato a contatto con diversi positivi da Covid-19 senza saperlo. È successo a lavoro mentre si prendeva cura delle persone malate proprio come fa tutti i giorni. 
Sì, perché lui è uno di quegli eroi che oggi chiamiamo “eroi in prima linea” ma che in fondo lo sono sempre, solo che ce ne dimentichiamo.

Da circa cinque giorni manifestavamo tutti i sintomi del virus ma nonostante questo abbiamo tenuto un atteggiamento positivo.

Ho fatto una diretta su Instagram, ho scritto un nuovo articolo sul blog per voi, abbiamo cucinato, ascoltato musica, cantato sotto la doccia e meditato almeno fino a ieri notte, quando, mi sono sentita mancare e il petto mi stringeva sempre più.

La chiamata al 118, gli occhi terrorizzati di Benny, una felpa e un pantalone indossati a casaccio.
La paura. La solitudine e quel “andrà tutto bene, tornerò presto” sussurrato prima di uscire dalla porta di casa.

Perché in trincea ci si va da soli e l’unica cosa che puoi fare è aggrapparti agli occhi di chi è lì con te, uno sconosciuto che probabilmente non rivedrai più. Ma quegli occhi te li ricorderai a lungo perché dietro a quegli occhiali e alla mascherina hanno provato a rassicurarti più di mille parole.

Nella vita tutto è relativo, quello che pochi mesi fa era preoccupante adesso è paragonabile ad un’intossicazione a stento. Quello che prima era grave adesso non lo è più.
Perché anche se ti manca l’aria, non hai la forza neanche di stare in piedi ma non hai la febbre alta ti consigliano di ritornare a casa per il tuo bene, senza neanche fare una tac o un tampone.

Un taxi, Como 24, atteso alle 3 di notte, un operatore del triage che mi fa compagnia coperto dalla sua tuta da guerra e la sua risposta cruda, vera, alla mia domanda: è grave la situazione vero?

Certe risposte, certe espressioni, seppur nascoste dietro ad una mascherina FFP3 non puoi dimenticartele e allora, non ti resta che sperare.

Ho sperato che la fitta al petto, i dolori, il sentirmi bollire dentro, la stanchezza e tutto il resto rimanessero così com’erano, che non peggiorassero perché quando varchi quella porta non trovi la salvezza ma l’inferno da cui non sai se ne uscirai.

Non voglio compassione, non voglio i “mi dispiace” e non voglio fare parte di un Italia che canta l’inno di Mameli alle 18:00 ma che poi va a fare ancora la corsa al parco o sputa sulle verdure esclamando “infettiamo”!
Il nostro compito è quello di stare a casa, nulla di più. Un impegno che non è nulla in confronto al rischio che si corre ad essere contagiati, alla paura, alla morte.

Nonostante ciò, sto cercando con tutta me stessa di rimanere positiva perché questo incubo so che finirà e che torneremo a respirare a pieni polmoni come lì, su quella collina stretti in un abbraccio spensierato. 

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